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U SCOGGHIU RE RU’ FRATI di Duccio DI STEFANO

Golfo di Noto
Pubblicato da Duccio DI STEFANO in Miti e leggende · 13 Giugno 2020
Si dice che l’amor fraterno non conosce pericoli né ostacoli. Ed è su questo ancestrale e primitivo sentimento che è incentrata una tra le più antiche e drammatiche fantasie popolari che nel tempo si sono fuse con la leggenda: Stiamo parlando del popolare “Scogghiu re rù frati.
 
Il teatro della leggenda è uno scorcio che rappresenta uno degli angoli paesaggistici più suggestivi dello scenario siracusano, e cioè se si risale la costa cittadina, partendo dal porto piccolo, o semplicemente dallo sbarcadero come è chiamato dai siracusani, si arriva più o meno all’altezza della balza Akradina, in un punto dove la costa comincia a farsi più alta per disegnare una serie di grotte e calette  che fanno di questa scogliera una meta ambita sia dai pescatori che dai barcaioli della domenica. Ebbene una di quelle scogliere che affiorano seducenti dalle acque color cristallo liquido, possiede una forma strana, una sorta di arco o porta piantata sul mare (vedi foto). Per la verità era così sino ad un paio di anni fa, quando una di quelle rigide tempeste invernali che fanno sì che il mare da placido cambia repentinamente umore trasformandosi in drago che tutto divora, partorì un’onda più feroce delle altre che finì per mozzare completamente e tristemente la base di quella porta, dividendo così gli scogli e mutando irreparabilmente quello che ormai per i siracusani era un vero e proprio monumento.



 
Ma veniamo alla leggenda. Si narra che una di quelle piccole case addossate alla costa, prima della costruzione di quegli orribili casermoni che contraddistinguono l’area nord della città, era abitata da un’umile famiglia, dove il padre cercava di sfamare giornalmente la moglie e i suoi due figli, maschi entrambi, col solo mestiere che conosceva, e cioè affrontando ogni notte le intemperie di quel mare con la sua barchetta di legno per cercare di pescare quanto di più pesce poteva. E sì che di tempeste e mari grossi ne doveva aver visto quel brav’uomo nella sua vita, dato che aveva cominciato sin da bambino a seguire il padre per imparare l’antica arte della pesca. Ma la provvidenza – o meglio – “la santuzza” alla quale era devoto, l’avevano sempre ricondotto a casa al mattino sano e salvo e con la bisaccia piena di pesce, per di più. Ed è proprio per quella “mala vita” (intesa però col significato che gli diamo noi siciliani, e cioè vita sacrificata e umile, non da delinquente come notoriamente si intende con quel termine) che lui era stato giocoforza spinto a fare, che per i suoi figli sperava invece in un futuro più agevole e meno pericoloso. E per far questo aveva messo ancor più fatica nel suo lavoro pur di riuscire a mantenerli negli studi. Ma – si sa – spesso il destino si fa beffe di noi, e per ironia della sorte, mentre il primogenito, Januzzu, studiava e se ne stava alla larga dal mare, per il più piccolo, Pippuzzu, invece non c’era verso di farlo rigare dritto. Lui il pescatore voleva fare, come il padre. Non c’era Santo che teneva! Ed era così tanto convinto e determinato nel suo intento, che sovente marinava pure la scuola per andare ad appostarsi proprio su quegli scogli con canna, lenza, retino e quant’altro gli fosse servito per pescare. Non c’era verso. Più veniva rimproverato e sgridato sia dagli insegnanti che dai genitori, più lo trovavi appollaiato lì, in bilico sugli scogli, cercando di riempire la sua cesta a più non posso. E vi riusciva sempre, per di più: non c’era una volta che tornava a casa con un magro bottino, ma arrivava sempre baldanzoso e fiero con una pesca che a volte era migliore addirittura di quella dell’esperto padre. Per lui era quasi una sfida che teneva col papà, una sorta di gioco a cui non sapeva e non voleva rinunciare. Tanto che ormai i due poveri genitori si stavano rassegnando al fatto che il destino del piccolo della casa era quello di seguire le orme del padre. E dato che nel frattempo l’età e gli acciacchi derivanti dall’umido penetrato nelle ossa, avanzavano sempre più per il vecchio pescatore, si era ormai fatto persuaso che Pippuzzu poteva continuare quel mestiere che di lì a poco lui sarebbe stato costretto a lasciare. E quindi controvoglia e per la grande gioia del figlio, spesso si sacrificava anche la domenica per non fargli saltare la scuola e se lo portava in barca con sé, cercando almeno di insegnargli le basi di quel lavoro che seppur usurante, a lui aveva comunque permesso di poter mettere ogni singolo giorno il pesce in tavola per tutta la famiglia. E il bambino, sempre più gasato, ogni giorno acquisiva sempre più confidenza e consapevolezza con quel mare che segnerà il destino di quella povera famiglia.



 
Un giorno, stanco dei continui richiami che gli arrivavano dalla scuola per le numerose assenze del figlio, il pover’uomo che invece faceva i salti mortali pur di mandarglielo tutti i giorni, prese da parte il fratello maggiore e gli disse ad un orecchio: « Januzzu, ‘o papà,dumani matina fa finta di iritinni a scuola comu tutti i jorna, e viri zoccu fa tò frati. Ma mi raccumannu, nun ti ni fari accorgiri. E se u trovi n’do scogghiu cà lenza, pigghialu r’aricchi e pottalu subbitu a casa. Ca appoi facemu i cunta!» Il ragazzo, che era stato sempre giudizioso ed orgoglioso di studiare per la gioia dei genitori, non esitò un attimo e fu così che l’indomani mise in atto tutto il teatrino e inforcando lo zaino salutò ed uscì. Dopo l’incrocio però, si appostò dietro un muretto ed aspettò che uscisse il fratello, che essendo ancora alle elementari di norma entrava più tardi a scuola. Ma la sua attesa non fu lunga, perché il fratello, imbragato con grembiule e cartella da scuola, invece di prendere la strada giusta, accorciò correndo per una trazzera spinosa che gli permetteva di tagliare e di accorciare verso la scogliera. E dire che quel giorno tirava pure un forte vento, freddo e minaccioso, tanto che persino il padre era rientrato prima quella notte perché il mare non prometteva nulla di buono. Però Pippuzzu così era fatto, anzi ancor di più gli si alimentò quella sorta di sfida col genitore, che seppur esperto – questo era il suo pensiero – s’era dovuto arrendere alle intemperie del tempo, mentre lui da novello pescatore, giovane e forte, gli avrebbe dimostrato a maggior ragione le sue capacità ed il suo coraggio. Quale miglior occasione di quella?
 
E così Januzzu, nascondendosi ben bene come aveva veduto fare nei film degli indiani, seguì passo passo il fratello che lo condusse proprio sul ciglio di quella scogliera, che lì si alzava di molto e tanta paura gli faceva. E ancor di più quella mattina, che il vento gelido faceva montare dei cavalloni che a lui apparivano come draghi. Per lui infatti, più pacifico e riflessivo tra i due, il mare era bello solo quando la domenica ci andava in spiaggia con gli amici e con la sua prima fidanzatina. Non era così invece per Pippuzzu, che seppur più piccolo d’età (non aveva neanche compiuto 9 anni), sembrava che più le onde fossero alte e minacciose e più la sua ingordigia da Capitano di Regata cresceva. E quindi se ne restava ancor di più accucciato nel suo nascondiglio tra i rovi, mettendo fuori solo mezzo occhio per vedere cosa facesse il fratello e soprattutto per tentare di capire come facesse ogni volta a portare la borsa piena di pesce, qualunque fossero le condizioni meteorologiche. E fu proprio in quel momento che il ragazzo vide una scena che mai avrebbe immaginato di vedere.




Suo fratello, invece di pescare, se ne stava seduto sul ciglio dello scoglio, e tenendo in mano il retino stava recitando una preghiera, una sorta di rosario. «Ma che fa’» gli venne da pensare «invece di pescare se ne sta seduto comodamente negli scogli e si dice il rosario?» Ma ancor di più crebbe la sua meraviglia quando si avvide che proprio in quel momento un grosso polipo, per lo meno di tre chili, uscendo dal mare, da dietro le sue spalle, pian piano andava spontaneamente a depositarsi nella gerla! Gli venne spontaneo affrettare il passo per scendere fino a lui, mentre gli gridava a squarcia gola: « Pigghialu, pigghialu, non fartelo scappare…» Ma fu proprio in quel momento che scorse, alle spalle del fratello, una figura di una donna, una donna bellissima, affascinante e misteriosa, che dapprima calato nel cespuglio non aveva visto. Questa signora teneva per mano una cesta con ogni sorta di ben di Dio: scrofani, ariuli, pisci cavaleri, lampane… persino qualche sarago e un’orata! La sua sorpresa fu grande. Pure troppo, tanto che tra lo stupore di quella visione e lo sporgersi sempre più per capire meglio quanto stava accadendo, mise un piede in fallo e perse l’equilibrio, precipitando nel vuoto. Lì il mare è subito profondo, di diversi metri. Il povero Januzzu, che non aveva neanche mai voluto imparare a nuotare,  prima scomparve nell’acqua, poi riemerse dimenandosi disperatamente, ma poi scomparve di nuovo. E stavolta definitivamente,  inghiottito dall’onda. Suo fratello, che era rimasto imbambolato dalla sorpresa di scoprire che Januzzu lo aveva seguito, noncurante del pericolo delle onde che si facevano sempre più alte e possenti, si tuffò nel disperato tentativo di trarlo in salvo. Ma il destino era oramai segnato, e un’altra onda, più assetata e bramosa delle altre, inghiottì pure lui! I corpi dei due fratelli non furono mai più trovati.
 
La leggenda narra che fu in quel preciso istante che apparvero i due scogli, uno più piccolo e l’altro più grande. Due scogli che sembravano abbracciarsi. Quel giorno il mare aveva separato i due fratelli, ma li aveva anche riuniti in un abbraccio. Un abbraccio per l’eternità!
 
I rù frati. Abbracciati per sempre”


Duccio DI STEFANO


Duccio Di Stefano nasce a Siracusa, il 04/04/1969. Sposato con Ivana e padre di Bianca e Susanna, vive a Siracusa dove insieme alla moglie produce e commercializza manufatti di maioliche artistiche decorate a mano. Da sempre appassionato degli scrittori"carnali", di origine Mediterranea e latina in generale, scrive soprattutto poesia e prosa legata alle sue origini e alle tipicità del suo territorio. Inizia scrivendo per testate giornalistiche e gruppi editoriali locali, pubblica poi poesie e racconti su alcune antologie edite dalla collana Riflessi prima e dal Concorso Letterario Internazionale Inchiostro e Anima poi. Grande tifoso della squadra di calcio della sua città, il Siracusa, presta la sua collaborazione al quindicinale siracusano LA CIVETTA di Minerva, nella quale cura la redazione sportiva ma sovente vi scrive pure di temi sociali, di integrazione e delle problematiche del suo quartiere, la Borgata. Nell'aprile del 2018 pubblica il suo primo romanzo, Angelo di Pietra, edito dalla Carthago Edizioni, che è stato presente al Salone del libro di Torino dello stesso anno e successivamente gli fa attribuire svariati premi, portandolo su e giù per l'Italia per le relative presentazioni e mostre letterarie.



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