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Duccio DI STEFANO
Duccio Di Stefano nasce a Siracusa, il 04/04/1969. Sposato con Ivana e padre di Bianca e Susanna, vive a Siracusa dove insieme alla moglie produce e commercializza manufatti di maioliche artistiche decorate a mano. Da sempre appassionato degli scrittori"carnali", di origine Mediterranea e latina in generale, scrive soprattutto poesia e prosa legata alle sue origini e alle tipicità del suo territorio. Inizia scrivendo per testate giornalistiche e gruppi editoriali locali, pubblica poi poesie e racconti su alcune antologie edite dalla collana Riflessi prima e dal Concorso Letterario Internazionale Inchiostro e Anima poi. Grande tifoso della squadra di calcio della sua città, il Siracusa, presta la sua collaborazione al quindicinale siracusano LA CIVETTA di Minerva, nella quale cura la redazione sportiva ma sovente vi scrive pure di temi sociali, di integrazione e delle problematiche del suo quartiere, la Borgata. Nell'aprile del 2018 pubblica il suo primo romanzo, Angelo di Pietra, edito dalla Carthago Edizioni, che è stato presente al Salone del libro di Torino dello stesso anno e successivamente gli fa attribuire svariati premi, portandolo su e giù per l'Italia per le relative presentazioni e mostre letterarie.
Le opere
Perché leggere Angelo di Pietra?
Angelo di pietra è un po’ la metafora della vita dei due ragazzi protagonisti della storia, ma è soprattutto la metafora della vita di ognuno di noi. Rappresenta il viaggio interiore e introspettivo che ciascuno di noi dovrà prima o poi fare, per cercare quelle risposte che ci assillano da sempre. Fino a quando, un giorno, ci troveremo al cospetto del nostro angelo che ci presenterà il conto.

L'Angelo di Pietra di Duccio Di Stefano, bellissima e inconsueta storia d'amore con una prosa intimistica che rasenta la poesia: Che ci fa una vecchina “vestita di nero, con un foulard di quelli che ero abituato a vedere alle signore di una certa età che sovente abitavano la mia terra, e che nascondeva alla vista la treccia di lunghi capelli bianchi” nella dolcissima storia d’amore tra Gonzalo Marque- na, capitano della barca Seba- stiano padre, “figlio di un pe- scatore siciliano e nipote di un avventuriero catalano”, e Carolina? Lo dovrete scoprire da soli leggendo “L’Angelo di Pietra” di Duccio Di Stefano, edizione Carthago, un racconto breve denso di emozioni, colori gettati a piene mani da uno scrittore poeta, ma anche pittore che trae dalla tavolozza le albe e i tramonti e il ceruleo del mare di questa terra di Sicilia con la perizia di un pennellatore. Una storia d’amore, si diceva. Io non so quanti lettori siano avvampati fin nelle plaghe del proprio corpo magari soltanto per un bacio, sentendo sulle labbra quell’afrore salmastro che pervade e rende cogente l’amplesso, di cui non ci si stanca mai. E proprio questo accade tra Gonzalo e Carolina, esplorando le geometrie del seno, delle anche, del sesso, ogni carezza come una scoperta mai prima provata (“i nostri corpi cantavano insieme”) anche se Gonzalo è un latin lover, uno che porta a letto le turiste che si affidano alla sua barca. Ma è una storia d’amore che a un certo punto s’interrompe. Carolina deve ripartire per il suo paese e Gonzalo la cerca nei ricordi che tutti si affollano alla mente, mentre egli vuole assa- porarne ciascuno, sceverarlo e delibarlo resuscitando “giorni e notti, posti e cose”. E allora prende carta e penna e scrive una lettera che Carolina non ve- drà mai, una lettera piena di pa- role e di silenzi, sì di silenzi (che è un andare a ritroso anche di se stesso). I ricordi diventano tele, paesaggi (“Il pomeriggio è di gomma, si scioglie sotto le ulti- me onde di sole. Cola sulla testa delle case, sui rami degli albe- ri, su tutte le cose. È azzurro e arancio e scurisce in fretta…”), introspezioni dell’infanzia a cospetto della vastità del mare, che è esso pure protagonista di questo racconto. Non dirò altro di quanto accad- de dopo. Ogni lettore potrà sco- prirlo, anche meravigliandosene, ma senza smettere di bere le pagine, avvinto dalla voglia di andare oltre. Una cosa è certa. Duccio Di Stefano possiede la capacità di incatenare il lettore con una prosa avvincente, figurativa, immaginifica.
FRANCO ODDO
Sullo scrittore Duccio Di Stefano
a cura di Maria Lucia Riccioli

Intervista allo scrittore:
Domenica 15 aprile alle 18, presso il Centro Pio La Torre di Piazza Santa Lucia a Siracusa, presentazione letteraria che vede protagonista una delle penne de “La Civetta di Minerva”, ovvero Duccio Di Stefano: relatori: Corrado Morale – imprenditore e scrittore, autore della prefazione –, Franco Oddo, direttore del quindicinale “La Civetta di Minerva”, Marco Agostini e Stefania Intelisano, docenti rispettivamente di Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “Luigi Einaudi” e di Inglese presso l’Istituto tecnico commerciale per geometri “Salvatore Quasimodo”; presente anche Giuseppe Pennisi per conto della casa editrice.

Non potevamo non rivolgere qualche domanda a Duccio Di Stefano, riservandoci di incontrare i nostri lettori alla presentazione.
Cosa rappresenta l’angelo di pietra? Un simbolo, una metafora...?
Sì, l’Angelo di pietra è un po’ la metafora della vita dei due ragazzi protagonisti della storia, ma è soprattutto la metafora della vita di ognuno di noi. Mi rendo conto che ormai è diventato banale rappresentare la vita come un viaggio, ma l’Angelo di pietra è proprio questo: il viaggio interiore che ognuno di noi dovrà comunque prima o poi fare, non potrà esimersi in eterno. Dovrà un giorno mettersi al cospetto del proprio Angelo, che ci presenterà il conto. Quante volte nella vita ci si è domandato quale fosse l’essenza della stessa, quale sia il bene più grande a cui aspiriamo, se quell’amore che viviamo è il nostro amore, quello da difendere e inseguire nella speranza che duri per sempre, o è l’ennesima illusione... Ecco, questo romanzo rappresenta forse lo specchio dove giocoforza dobbiamo prima o poi affacciarci tutti.
In quale genere collocheresti il tuo libro? Oppure lo vedi un testo trasversale?
Diciamo che questo romanzo non rientra esattamente in un genere specifico. Perché sostanzialmente è un inno all’amore, una lirica. E quindi dovrebbe essere catalogato nel genere sentimentale, ma è anche un percorso introspettivo che dipinge e rivela tutti i numerosi risvolti e le diverse sfumature psicologiche dei protagonisti, e allora potrebbe allo stesso modo essere catalogato fra i saggi. Nel frattempo però la storia spesso si lascia trasportare lascivamente anche nel vortice dell’incontro fisico, carnale, dei protagonisti, e allora qualcuno lo potrebbe definire persino erotico. Ma la conclusione presenta pure un misterioso intreccio tra il fato e la realtà vissuta, e quindi in questo caso sarebbe da mettere tra i fantasy. Quindi, no. Preferisco risponderti che questo libro, questa opera, non va collocato in nessun genere predefinito, ma è dedicato a chi, a dispetto degli ostacoli che la vita giornalmente ci propone, continua a conservare ed a preservare la sua inestimabile essenza di terrena bellezza. A chi parte perché decide di restare. A chi, semplicemente, non smette mai di esserci.
Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari nello scriverlo? A chi ti ispiri?
Io ho sempre amato e mi sono ispirato agli scrittori innamorati e legati visceralmente alla loro identità territoriale. E quindi è facile risponderti citandoti Pirandello, il padre della drammaturgia e del racconto teatrale. Le sue “corruzioni dialettali”, come amava definirle lui, hanno fatto scuola per tutti gli scrittori di matrice mediterranea o latina in generale. Come appunto Camilleri, che mi rapisce per la descrizione e la narrazione dei luoghi, quasi ti facesse una foto e te la mettesse davanti agli occhi. Una foto che fatica a discostarsi dalle sue radici, che poi sono anche le nostre. Ma non posso non citarti anche autori stranieri, ma che comunque rientrano nella stessa tipologia di “scrittori carnali”, come Manuel Vásquez Montalbán, che mi è sempre piaciuto per la sua abilità narrativa nel descrivere le commedie umane e per come rende comprensibili le molteplici sfumature della personalità umana. E per finire non posso non citarti il Maestro Pablo Neruda: nelle sue poesie ci troviamo la vita di ognuno di noi. Non si può e non si deve rimanervi indifferenti.
Cos’è per te la scrittura?
 Probabilmente a questa domanda ti ho già risposto prima. E cioè che per me scrivere è viaggiare. È fare i conti con la nostra coscienza, è rapportarsi col nostro vissuto, relazionarsi coi nostri obiettivi. È specchiarsi nei nostri sogni. Per me scrivere è sempre stato come dipingere e cercare di raccontare la bellezza della vita, studiando le diverse sfumature dell’umano volere. La mia penna è come un pennello per i pittori o uno scalpello per gli scultori. Una magia, una magia che mi permette di esplorare e di esplorarmi, senza necessariamente andare dallo psicanalista. È soprattutto un modo gentile per esternare quanto di bello, o di artistico può esserci in me. Affinché tutta la poesia che si ha dentro possa essere letta, raccolta, conservata, riletta e fatta propria.
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