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"Il famigerato lido Petrara" di Duccio DI STEFANO

Golfo di Noto
Pubblicato da Duccio DI STEFANO in Due passi nella nostra magica terra · 7 Settembre 2020
In principio fu l'inganno: mio padre mi accompagnò a letto quella sera dicendomi che l'indomani saremmo andati al "Lido Petrara", ed io -felice ed impaziente per quella eccitante promessa- andai addirittura a dormire con il costume da bagno già indossato, per farmi trovare immediatamente pronto già dal risveglio. Ma mai menzogna fu più grossa e più crudele di quella. Il tanto famigerato Lido Petrara altro non era che un mandorleto di proprietà dei miei nonni, che già di suo era ispido e arido come tutti i mandorleti, ma in più si trovava dentro una cava spinosa e piena di sassi (da qui il nome), nella zona di Cava Grande, fin su dove un tempo sorgeva Avola antica. La sveglia fu puntuale alle 5 del mattino, e mio padre si presentò con un tazzina di caffè nero, freddo e amarissimo, brutto e cattivo come la morte, che già m'avrebbe dovuto far capire a che cosa di lì a poco sarei andato incontro. E anche se eravamo in piena estate, alle 5 del mattino, posizionati "a cassune" sulla lapa, i morsi del freddo li sentivamo tutti. Così io e Salvatore ci accucciammo "sutta è tenne", e cioè con i tendoni che ci sarebbero serviti per raccogliere le mandorle a farci da coperta, coricati strategicamente proprio sopra la botola che conteneva il motore del mezzo, il classico tre ruote della Piaggio, cosicché il calduccio ci coccolava un po'. Ad un tratto sentimmo arrestare il motore, e quindi -convinti d'esser già arrivati a destinazione- tirammo su la tenda e mettemmo il naso fuori.. “A bona v'ata cunzato !!.." Era il vocione del benzinaio, che proprio di fianco a noi ci stava facendo il pieno di miscela, che ci scaricò col suo sarcasmo - così senza sconti - tutto il carico d'imbarazzo che la situazione comportava! Non eravamo quindi già arrivati, e potevamo così consolarci e  riprendere il nostro posto, accucciandoci più di prima. Ma al successivo stop del motore, stavolta la metà "prefissata dal destino" era così giunta, e da lì si scatenò l'inferno. Mio zio che si "catafuttò" lungo la scarpata spinosa e polverosa brandendo il suo motozappa manco fosse il kalashnikov di Rambo, tanto che lo vedemmo sparire, inghiottito da una nuvola di polvere, messo di traverso nella cava che andava arando come non ci fosse un domani.. nel frattempo mio padre ci faceva "conzare i tenne", e cioè apparecchiavamo i tendoni sotto "i peri ij mennula" che si dovevano "scutuliàre" per far confluire tutto ciò che sarebbe caduto dai rami martoriati dai colpi di quei "rimazzi", e cioè dei lunghi bastoni che servivano per percuotere i rami affinché mandorle, bucce e soprattutto quei maledettissimi e fastidiosissimi insetti, simili a pidocchi, tipici di quella pianta, ci cadessero addosso copiosamente, e che si appiccicavano regolarmente sulla superficie della pelle col sudore che faceva da colla.



Un incubo. Un vero e proprio incubo. E poi dovevamo "sduagare" il contenuto di quelle tende nei sacchi di yuta, che trafitti dagli spuntoni dei rami che spezzandosi cadevano a terra, finivano per bucarsi e produrre un risultato di pungimento, prurito e bruciori vari e assortiti. In più il "fine pedagogo" dello zio Pippo, ci esortava delicatamente a velocizzare le nostre stanche e avvilite manovre di lavoro.. "Isamuli sti periii.. fozza, isamuliii.." era l'urlo di battaglia che echeggiava nella cava, impastato col gracchiante e continuo canto delle cicale che ci faceva da colonna sonora permanente. E così senza sosta fino alle 17, quando finalmente i due negrieri ebbero finito di recuperare tutto il prezioso malloppo e di caricarlo sul cassone del tre ruote. E stavolta invece, al ritorno, dovevamo fare i conti col caldo, e allora ci sedevamo in cima ai sacchi pieni di mandorle e, prendendo le stradine sterrate in discesa, i saltelli e gli scossoni li sentivamo tutti, per di più cogli spuntoni dei rami che ci pungevano il culo. Finita?? Noooo, macché... ancora l'ultima grande mortificazione doveva arrivare..  Nella strada di ritorno all'Isola, si tagliava per Fontane Bianche e si incrociavano tutti i nostri amici che, coi motorini e colle zite allippate dietro, stavano tornando dal mare, vestiti e griffati di tutto punto, e a quel punto noi ci calavamo sul naso il Panama di paglia che avevamo in testa da perfetti "campagnuleddi", nella speranza di non essere riconosciuti, altrimenti sai che fischi e sberleffi.. A casa poi si cunzava una grande tavolata in giardino, si versava il contenuto dei sacchi, e con tutta la famiglia seduta intorno si partiva con le operazioni collettive, a mò di catena di montaggio, per separare le mandorle dai loro gusci, dai ramoscelli e da quelle foglie di mandorlo strette, sottili e false come la loro ingannevole ombra... Perché - da che mondo e mondo - l'ombra del mandorlo è completamente "fausa", cioè è solo colore e nenti friscu!!..
Quella era stata la mia prima volta, ma quelle spedizioni si ripeterono regolarmente negli anni a venire, ogni estate. Fino a quando i nostri "coatch" furono in grado di organizzarle. Esperienze di vita dura, ma che ci hanno forgiato e che -ogni volta che mi capita di rivederle con la memoria come ho fatto qui adesso con voi- mi procurano quella lacrimuccia data da quella dannata, struggente e irrefrenabile nostalgia di una vita ormai andata, scomparsa, trapassata... proprio come mio padre e suo fratello Pippo!



Duccio DI STEFANO


Duccio Di Stefano nasce a Siracusa, il 04/04/1969. Sposato con Ivana e padre di Bianca e Susanna, vive a Siracusa dove insieme alla moglie produce e commercializza manufatti di maioliche artistiche decorate a mano. Da sempre appassionato degli scrittori"carnali", di origine Mediterranea e latina in generale, scrive soprattutto poesia e prosa legata alle sue origini e alle tipicità del suo territorio. Inizia scrivendo per testate giornalistiche e gruppi editoriali locali, pubblica poi poesie e racconti su alcune antologie edite dalla collana Riflessi prima e dal Concorso Letterario Internazionale Inchiostro e Anima poi. Grande tifoso della squadra di calcio della sua città, il Siracusa, presta la sua collaborazione al quindicinale siracusano LA CIVETTA di Minerva, nella quale cura la redazione sportiva ma sovente vi scrive pure di temi sociali, di integrazione e delle problematiche del suo quartiere, la Borgata. Nell'aprile del 2018 pubblica il suo primo romanzo, Angelo di Pietra, edito dalla Carthago Edizioni, che è stato presente al Salone del libro di Torino dello stesso anno e successivamente gli fa attribuire svariati premi, portandolo su e giù per l'Italia per le relative presentazioni e mostre letterarie.



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