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Il guardiano del mare

Golfo di Noto
Il guardiano del mare

Quando è il mare, che ti parla

Avevo sempre avuto con il mio mare un rapporto profondo, viscerale. Per me il mare rappresentava una sirena, mi aveva traviato, ammaliato e si era preso la parte più autentica della mia identità. Mentre gli altri ragazzini passavano le giornate estive a giocare a pallone nei cortili e nelle strade, io, invece, ero attratto solo da quella distesa azzurra che mi contagiava in un modo quasi morboso. E forse il motivo di quel rapporto nacque dal fatto che la mia casa, quella dei miei genitori, era ad un tiro di schioppo da capo Murro di Porco, la punta più estrema della penisola della Maddalena, all’interno dell’oasi marina protetta del Plemmirio. Quel Plemmirio ondoso che aveva stregato anche il poeta Virgilio, tanto da fargli comporre un canto dedicato proprio a quel promontorio. E quindi, dato che sulla punta di quella penisola ci avevano piantato un bel faro, da sempre per me e i miei cugini, d’estate l’unica attrattiva era quella di raggiungere quella zona per andare a esplorarla. E tanto più i grandi cercavano di proibirci quelle scorribande perché ritenute giustamente pericolose, tanto più noi picciriddi ci volevamo andare. Ed ero proprio io, che ero tra i più piccoli, quello più determinato a provare l’impresa. Ero da sempre il ribelle del gruppo, quello con una sana incoscienza che mi permetteva di scoprire tutto, di esplorare l’inesplorabile.



Una mattina, infatti, convinsi mio cugino Manolo, il solo più piccolo di me, a seguirmi in un’impresa, che a detta degli altri ragazzi era impossibile.  Il sole era già a picco a quell'ora, tanto da far assumere a quell'impresa già folle di suo, un'ulteriore quid di epico, di leggendario. Appoggiammo le bici a quel pezzo di muretto a secco che era rimasto e la mia rimase in piedi, quella di Manolo invece ruzzolò a terra, sovraccaricata forse dal peso di tutta la stanchezza accumulata.

Asciugandoci un po’ la fronte col lembo della maglietta intrisa di polvere, ci avviammo spinti da quel senso d'avventura misto a paura di quello che poteva essere. La strada era più che difficoltosa, le buche e gli spuntoni di quelle rocce arse dal sole ci davano non poco fastidio. Ma noi non lo sentivamo il dolore. Era troppo forte la voglia di rivalsa che avevamo covato lungo tutto il tragitto ripensando al resto della truppa che s'era tirata indietro adducendo al fatto che non potevamo farcela: « Seee... ora ci arrivate. sto caldo poi…e poi ci sono i cani, il guardiano del faro… No, è meglio non pensarci nemmeno ». Tutte le avevano pensate per tentare di dissuaderci, ma fu del tutto inutile. Quando io e Manolo ci mettevamo in testa una cosa, quella doveva essere! È vero che lungo tutta la strada dei quadrupedi simili alle iene -che invece ci dicevano d'esser cani- qualche pensiero ce lo avevano dato. Però eravamo stati previdenti. Prima di partire infatti ci eravamo riempite le tasche di qualche mazzacane appunto, che ci poteva essere utile. E infatti lo fu. Non appena in lontananza cominciammo a scorgere e a sentire il verso di quelle autentiche belve che di domestico ci avevano ben poco, bastò lanciare i primi sassi nella loro direzione per convincerli immediatamente a cambiare aria. E il custode? Ma quale, non c'era nessuno. La fantomatica figura del guardiano del faro ci era stata bellamente confezionata ad arte per dissuadere noi picciriddi dall'avvicinarci a quel potenziale pericolo. Che poi tanto potenziale non era, perché guardare quella costa da così vicino, paura davvero faceva.



A fatica e saltellando sulle pozze di sale che il vento caldo aveva prodotto e conservato sugli anfratti degli scogli, arrivammo dunque al tanto famigerato e pericoloso ciglio di Capo Murro di Porco. Che già il nome sembra preso dalla favola di Hansel e Gretel, quando arrivano dritti dritti nella casa dell'orco mangiabambini. Però qui era diverso. Qui non c'era nessun orco. Né tantomeno nessun orrido pericolo. Ma forse uno degli spettacoli più belli che fino ad allora avevo potuto ammirare. Si stagliava d'improvviso, davanti ai nostri occhi rapiti, un tappeto azzurro che si perdeva all'orizzonte. « Che spettacolo! »  balbettavo ad ogni passo con il cuore sospeso tra il blu e l’infinito. Il mare era bello, turchese, pacato, maestoso. Non aveva niente di terribile. Forse si stava trattenendo. Ci stava premiando per il nostro coraggio, e anzi sembrava contento di vederci. Forse prima di scatenarsi ci avrebbe aspettato. Avrebbe aspettato che fossimo andati via. Che lo lasciassimo alla sua fiera solitudine.

Le onde che arrivavano quiete negli anfratti di roccia lasciavano al loro ritorno una pozza d'acqua così lucida che ci si specchiava dentro. C'era talmente afa che il vento caldo aveva un effetto phon e asciugava subito l'acqua, lasciando immediatamente sulla conca i cristalli di sale che brillavano come diamanti.

« Che fai? » mi domandò Manolo quando si accorse che avevo risvoltato il bordo inferiore della maglia per raccogliere quanto più sale potessi. « Ne prendo un po'. Sarà la prova che siamo arrivati davvero fin qui » risposi, sentendomi il re di quel mondo. « Ma dai, lascia stare. Vieni qui invece, guarda che insenatura larga che c'è là… ci si può pure entrare dentro. »

Che meraviglia che erano quegli anni. Ogni cosa, ogni pensiero che ti balenava in mente, quantunque assurdo potesse sembrare, ci appariva subito realizzabile. « Ma dove? Sei pazzo? Io lì non ci entro! » E invece ci entrai. Sapevo già che lo avrei fatto. Il gusto del proibito a quell'età ha un effetto irresistibile. È inutile anche provarci. Proprio non ce la fai a resistere.

Passando fra quella gola di roccia, con un piede che si ancorava in una parete e l'altro nell'altra, credo d'aver vissuto una delle esperienze più elettrizzanti della mia infanzia. Avete presente l'adrenalina che vi sale quando si è sulle montagne russe o qualcosa di simile? Niente a che vedere. Mi ero messo a forbice, come una sorta di compasso, con la gamba ritta e le prime tre dita del piede arpionate in una fenditura, l'altra gamba uguale ma nella parete opposta. Sotto, un salto d'una decina di metri che se ci penso ora mi vengono ancora i brividi. In più c'erano anche le onde che se da lontano sembravano quiete, messo abbrangicato lì sotto in quel modo, facevano tutto un altro effetto. Man mano che la loro corsa accorciava verso le rocce, finivano per schiantarsi con una forza maestosa e infrangendosi proprio sotto al culo, sprigionavano uno schizzo d'acqua che aveva le fattezze di una doccia all'inverso. Mi stavo praticamente facendo un bidet acrobatico. Che detto così, è anche divertente, ma vi assicuro che quei momenti lì non li scorderò mai più. L'acqua prendeva violentemente a schiaffi quella fenditura, ma era come se ogni colpo lasciasse comunque una parte di sé. Sentivo -come dire- un'energia e una forza mai avuta prima. Era come se volassi, come se invece di trovarmi allippato a uno scoglio come un granchio impaurito, fossi rimbalzato su in cielo. Come appunto ti capita sulle montagne russe. E poi quel rumore... Quell'incredibile, affascinante e impetuoso boato me lo ricordo come fosse ieri. Ogni volta che l'onda stramazzava sugli scogli, partiva un tonfo sordo e maestoso che mi incuteva una paura abissina. Mi veniva la pelle d'oca. Era come un rimprovero. Sì! Un rimprovero, proprio. Un ammonimento per aver anche ignorato le raccomandazioni delle nostre mamme.



L'avevamo fatta ai grandi?  Ma al mare non la si fa.

Ora comprendo cosa voleva dirmi il mio caro amico turchese. Mi sussurrava: « Siete arrivati fin qua. Bravi! Ma non esagerate. Io ho premiato la vostra tempra e il vostro coraggio calmandomi un attimo. Mi sono per così dire presentato.»

Ma dopo  averci detto: «Piacere, sono il mare aperto di Capo Murro di porco», ci ammoniva anche con un: «Ora però andatevene. Perché non è vero che qui non c'è il guardiano. Io sono il guardiano. Il guardiano di me stesso. Il guardiano del mare. Di questo immenso, spettacolare azzurro mare di Sicilia. Non ho bisogno di nessun altro che mi custodisca. Nessuno che mi sfidi. Nessuno che si sogni di farmi alcun male. Qui basto io. È sempre stato così da secoli. Da millenni. E adesso se non sgombrate subito, mi incazzo per davvero! »

Avevo i brividi. Ero finito in quella classica posizione che non si poteva né scendere né salire.

E Manolo? Che fine aveva fatto?

Non lo avevo più visto né sentito. E ammetto che per un attimo il mio innato e indomabile ottimismo ebbe un momento di crisi e mi portò a temere che fosse scivolato giù, che le onde l'avessero inghiottito…

D'improvviso mi sentii chiamare, era lui che mi cercava.

Vigliacco!

Prima m'aveva sfidato solleticando la mia libido di avventure, poi non mi aveva seguito nell'impresa. Se ne stava lì beato. Eretto. In piedi che mi guardava e sicuramente mi derideva pure. Io non potevo vederlo, ma solo sentirlo.

No, non mi stava babbiando. Aveva pure lui una fifa bestia. Forse più di me. In realtà dei due ero io quello più incosciente, quello che spesso si perdeva nei miei ricorrenti viaggi onirici a occhi aperti tanto che il pericolo non lo vedevo sino a quando proprio non mi si parava letteralmente davanti, come in quella occasione. Vivevo in un mondo parallelo. In un mondo tutto mio! E Manolo era solo la mia spalla in quelle monellerie. I due anni d'età che avevo in più forse lo spingevano a fidarsi, a lasciarsi guidare. Erano tanti due anni a quell'età. Ma col senno di poi, aveva proprio sbagliato guida. Ed è proprio per questo che molto spesso si trovava impelagato pure lui in situazioni delle quali, francamente, avrebbe molto volentieri fatto a meno.

«E allora? Cosa fai lì impalato. Aiutami!»

«E che faccio? Come ti tiro su? Te l'avevo detto che fino a qui non ci dovevamo arrivare.»

Invece di aiutarmi attaccò a lamentarsi. Al solito suo.

«Ma che ne so? Cerca qualcosa, un ramo, un manico di scopa» gli avevo suggerito.

«Un manico di scopa? E dove lo trovo qui un manico di scopa?»

Andammo avanti così per un pezzo, blaterando le peggio stupidate.

Improvvisamente, proprio quando sentivo che i muscoli dei polpacci tirati all'inverosimile non sarebbero durati così in eterno, mi accorsi che proprio sulla mia destra, ad una spanna dalla testa, fuoriusciva da un anfratto un ramo di fico, credo. Sì, un ramo. Come se un albero si fosse incastonato proprio lì. Con tutte le foglie, per di più.

E ora?
Mi fido?
Mi ci aggrappo?

Mi reggerà?

Del resto non avevo alternative. O provavo ad arrampicarmi su per la roccia aiutandomi con quell'arbusto affacciato lì, o potevo solo sfracellarmi giù negli scogli.

Non so dove trovai la forza, ma in un attimo la mano destra afferrò il ramo nella sua estremità più sporgente e ... Miracolo! Mi reggeva. Allora con un altro colpo di reni facendo leva sui martoriati polpacci, lo afferrai anche coll'altra mano e usandolo a mo’ di fune riuscii a tornare su.

Mi sedetti.

Zitto.



Manolo mi guardava tutto rosso e sudato. E io, per non tradire nessuna paura,  urlai: «Bellooo !! Che ti sei perso!! Meraviglioso..!! » Fui stupido fino alla fine!

In realtà mi tremavano le gambe. I polpacci non me li sentivo più e tornare a recuperare le biciclette abbandonate fra i rovi secchi di spine, mi sembrò una liberazione. Anche il sale che avevo raccolto nella maglietta buttai. Come se avessi paura di sottrarre al mare qualcosa di suo. Non volevo ridestare la sua rabbia.



Montammo velocemente in bici, ci armammo dei sassi che ci sarebbero serviti a spaventare i cani randagi e via, di corsa a casa. E naturalmente di quell’avventura non ne facemmo parola con nessuno. Era il nostro segreto. Sì. Quella paura, quell'onda di energia che ci pervase quel pomeriggio e ci scosse come fa un uragano che percuote violentemente un salice, quel messaggio che il mare quel giorno ci recapitò, fu custodito gelosamente da entrambi.

Ora lo ricordo come un'emozione. Una grande emozione, che il mare mi regalò. Quel giorno ho imparato ad amare il mare. E a rispettarlo. Come lui aveva fatto con me.





Duccio DI STEFANO
Duccio Di Stefano nasce a Siracusa, il 04/04/1969. Sposato con Ivana e padre di Bianca e Susanna, vive a Siracusa dove insieme alla moglie produce e commercializza manufatti di maioliche artistiche decorate a mano. Da sempre appassionato degli scrittori"carnali", di origine Mediterranea e latina in generale, scrive soprattutto poesia e prosa legata alle sue origini e alle tipicità del suo territorio. Inizia scrivendo per testate giornalistiche e gruppi editoriali locali, pubblica poi poesie e racconti su alcune antologie edite dalla collana Riflessi prima e dal Concorso Letterario Internazionale Inchiostro e Anima poi. Grande tifoso della squadra di calcio della sua città, il Siracusa, presta la sua collaborazione al quindicinale siracusano LA CIVETTA di Minerva, nella quale cura la redazione sportiva ma sovente vi scrive pure di temi sociali, di integrazione e delle problematiche del suo quartiere, la Borgata. Nell'aprile del 2018 pubblica il suo primo romanzo, Angelo di Pietra, edito dalla Carthago Edizioni, che è stato presente al Salone del libro di Torino dello stesso anno e successivamente gli fa attribuire svariati premi, portandolo su e giù per l'Italia per le relative presentazioni e mostre letterarie.




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