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… Era bello mio papà... Sempre !!

Golfo di Noto
… Era bello mio papà... Sempre !!

Avventure e disavventure di bucolica memoria

A volte vorrei tornare bambino. Per ritrovare quella leggerezza che mi faceva danzare sulle nuvole,  che mi faceva prendere un vecchio bidone del Dash, "aggiustarlo" con delle foglie di fico e degli arbusti secchi, in modo che fosse adatto e pronto a portarmi sin sulla luna. Quel senso di leggera libertà che ci faceva sentire imbattibili. Bastava alzarsi, attraversare "il baggio" (per i non siracusani, cortile interno, tipo aia, molto spesso condiviso con le case attigue) investito da quel fascio potente di luce solare, raggiungere i miei cugini "di là" e aspettare che si preparassero, per rendere ogni momento magico. A volte vorrei riuscire a non pensare. Riuscire per un attimo a staccare il cervello dalla spina per potermi librare in volo come le ali che si staccano dalle libellule.. quasi non riesci a vederle, ma ci sono. Sono libere, e stanno volando su quel vento mite dell'estate siciliana. Come vorrei lasciarmi andare per una volta dove mi porta il vento, anziché attivare la mente che spesso è più fallace di google maps… Allora invece, fra il mandorlo ed il melograno, c’era l’atmosfera giusta. Tutto era perfetto e idilliaco per aggiustare l’aggiustabile, per sanare il sanabile, e per pensare e pianificare il fattibile. Il baggio è ancora oggi il luogo che ti racconta come l’amicizia dei ragazzini si sia poi potuta poi trasformare nell’indifferenza dei grandi. Ti spiega come è formata esattamente la fragilità degli uomini e come è potuta esplodere così, tutta in una volta, alla soglia della resa dei conti. E’ il luogo dove la scrittura rallenta. E si mette al passo col ritmo del battito del cuore. E’ il luogo dove lo scheletro dell’aratro abbandonato ti fa ricordare che la tua vita è un rudere da rimettere a posto. E quindi vai. Provi a sanare l’insanabile. Tenti di ricomporre le fratture. Manco fossi un ortopedico alle prime armi…

 
Una gebbia con acqua torbida e scura come seta nera, le pietre che ti raccontano la loro vita da maestosi spettatori, il carrubo che ogni anno è sempre più sdraiato, il muro di cinta sempre più diroccato, le foglie secche e bagnate che si trasformano in fine tappeto, una madre che non parla, quasi fosse un maschio, e un’altra che invece cerca la gente e racconta. Sentieri spinosi, ortica, piante di menta selvatica e profumo di zagara. L'isola per noi isolani è un sensore nell’universo che la circonda. Un’antenna parabolica di pensieri e sensazioni vaganti. Qui noi sentiamo, e non abbiam bisogno di capire. Qui noi sentiamo la nostra proverbiale pigrizia...
i nostri sorbetti di limone o cannella...
il nostro fare indolente come di chi voglia sfidare il tempo...
i nostri componimenti teatrali naturalmente espressi anche solamente quando incrociamo un conoscente dall'altra parte della strada...
il nostro placido abbandonarsi alla calura e alla noluntas che ve ne deriva...
il nostro saltellare quotidianamente tra la mollezza lasciva e l'asprezza dannata del territorio...
il nostro sole a strapiombo sulle teste da maggio ad ottobre...
la nostra infinita e bollente estate, che quasi va a braccetto con i nostri istinti primordiali...
la nostra bellezza violenta dei paesaggi...
la tensione emotiva che ci viene da ogni monumento, strada, chiesa, tetto, che ci osservano come fossero fantasmi muti e nudi...
l'aroma unico e inconfondibile delle nostre primizie gastronomiche...
l'azzurro intarsiato d'onde che a ogni metro ci confonde...
Tutto questo sentiamo e tutto questo amiamo di questa splendida terra che ti condiziona fino in fondo all'anima. Ti incrocia, ti ammalia, ti seduce, ti possiede e poi ti tradisce. Come poteva il carattere nostro non essere condizionato da una forza ed una energia simile? Come potevamo essere esenti da questa potente, fatale, bastarda insularità d'animo? Qui i pensieri e i ricordi ti tornano subito in mente. Pare che s’erano messi un attimo lì, tranquilli, ad aspettare che vi si fosse dato il via. E arriva - il via - finalmente…
 



Era appena smesso di piovere. E lì nell'aria, in campagna, si era alzato quell'odore forte, acre, della terra appena bagnata dalla pioggia. Un odore affascinante, misterioso, che mi riportò indietro nel tempo. Indietro di una quarantina di anni, quando – dopo un forte e improvviso acquazzone – a mio padre e a suo fratello tornò in mente quella loro “usuale”,simpatica” e “malsana” idea…
 

... Era bello mio papà. Sempre. Anche quando mi portava la mattina presto a raccogliere le lumache. Come quel giorno. La sera prima aveva "raccolto il consiglio" di suo fratello maggiore che ci esortava così: « Scampò, emuninni à crastùna !! » …
Faceva freddo quella notte.
Nonostante eravamo ancora in ottobre, mese che giù da noi spesso è ancora parente dell'estate. Ma quella notte aveva piovuto tantissimo, e la temperatura era scesa giù in picchiata. O almeno così a me sembrava, che non ero propriamente avvezzo ad uscire dal letto al far dell'alba. Ma mio papà, anche quella volta per non sfigurare con lo zio Pippo, mi aveva buttato giù dal letto perché c'era anche Salvatore e bisognava andare a raccogliere i crastuna. Che a me, fra parentesi, non mi sono mai piaciuti. O meglio, non li ho mai manco voluti assaggiare. Oh, che volete ... mi facevano impressione. E quando vedevo mio cugino che con uno sguardo d'ingordigia misto al più bieco sadismo, se li metteva direttamente sul fornellino elettrico, e non appena avevano finito di fischiare se li sucava come se stesse gustando un cannolicchio di ricotta, beh, mi veniva un pò a ribrezzo! Quindi volente o nolente, mi alzai da quelle coperte che gridavano vendetta e mi infilai l'equipaggiamento di guerra, e cioè cappellino, maglioncino e pantalone fra i più derelitti che avevo e che mi ero sempre guardato bene dal buttare prevedendo che per queste emergenze belliche mi sarebbero tornati utili. Veramente spesso finiva che indossavo quelli di mio padre, che avendo però almeno una taglia in meno mi facevano somigliare tanto a Macario nei suoi spettacoli da rivista! «Allora, com'è ni muvemu?» «Un attimo papà ... vengo».
 

Era già sulla porta che mi aspettava fremente. In macchina la solita storia. Poteva esserci pure una bufera siberiana, ma mio papà doveva aprire il finestrino. Di almeno un palmo. Ma dico io, era così bello il calduccio che avevamo trovato in quell'abitacolo chiuso, e lui doveva fendere quell'atmosfera paradisiaca con delle sciabolate di aria gelida che mi tagliavano il viso in due. Per le mani non c'era problema, me li ficcavo sotto le natiche, belle strette dalle cosce serrate. Ma la faccia? Chi me la riparava la faccia se lui continuava ad andare via liscio con quella macchina col finestrino abbassato alle quattro del mattino di una giornata ch'era stata appena violentata da quell'improvviso acquazzone autunnale? «Papà, lo alzi un pò?» «Si, quando finisco la sigaretta lo chiudo». Ecco, ci mancava pure la sigaretta! Non sapevo scegliere se morire per le tumpulate che mi arrivavano dalla sfilazza del finestrino o per l'accupazione causata dal fumo di quella sigaretta, che -alle quattro del mattino- per me era come se al posto di un cappuccino caldo uno appena sveglio si calasse con ingordigia uno spiedino grigliato di kebab traboccante di ogni tipo di formaggio rangido e puzzolente e sgocciolante di ogni tipo di olio fritto e rifritto. Scegliete voi. Io non so scegliere. Di quale morte moriamo stamattina?
Insomma, arrivammo all'Isola, dove trovammo lo zio Pippo che era già lì da un pezzo insieme a Salvatore che -anche lui in tenuta da cabaret anni 70- oltre i miei suddetti disagi si era sorbito in più "i gentili improperi" che suo padre sicuramente ci aveva già mandato, giustificati stavolta dal canonico ritardo di mio padre, che in quanto a lavorare lavorava, ma lo faceva soprattutto per adempiere ad un dovere, e quindi con tutta la calma di questo mondo, mica con tutta quella morbosa e insana passione sfrenata che ci metteva suo fratello maggiore, il quale considerava il lavoro e la fatica fisica come noi consideriamo l'amore e la buona tavola. E cioè un campo dove ti ecciti, perdi tutte le inibizioni e ci butti tutte le tue energie come se non ci fosse un domani! Questo effetto gli faceva. Non era mica colpa sua. Ognuno nasce con le proprie pulsioni basiche. Le sue erano queste. Lavorava e macinava come adesso manco dieci macchine sanno fare. Una bestia! Una macchina da guerra assira!!
E allora armati di un panaro (cestino di vimini) a testa e di buone intenzioni, cominciammo la nostra caccia ai crastuna (le lumache più grosse, di color marrone striate di nero) dividendoci in due squadre come fanno i lord inglesi nella loro tradizionale caccia alla volpe. E considerando che noi carusi restammo attaccati ai pantaloni di papà, le squadre erano scontate. E si preannunciava pure una scontata disfatta epocale, visto appunto le differenze abilità belliche dei contendenti. Però non avevamo fatto i conti con l'oste. E cioè che il grande della comitiva e suo figlio erano orbi come la fame. E quindi noi tranquilli e più miti cacciatori, alla fine portammo a casa il risultato, perché al momento dello sdoagare (rovesciare) dei panari nei sacchi, da quelli dello zio Pippo e di Salvatore venne fuori ogni specie animale, vegetale, organica e inorganica. Foglie, frasche, frasciame, olive e quant'altro. Trovammo persino un riccio di terra, che con le sue spine si era aggrovigliato ai rami secchi, e nella foga dei predoni era finito nel panaro insieme ai crastuna ... o almeno a quei pochi crastuna ch'erano riusciti a raccogliere. Quindi, si, ci fu la disfatta epocale, ma a dispetto dei pronostici fu a parti invertite. E fu così che a casa noi portammo 3 o 4 buste di schifosissime lumache che sbavavano e schiumavano come dei cammelli, mentre loro si e no se ne portarono un paio. Che poi, si sa, le lumache di suo non sanno di niente. E' poi il contesto dove vengono messe che dà loro un senso, se no è aria fritta. E infatti mia madre, nota per la "delicatezza e l'eleganza" della sua cucina, li inglobava in chili di bòbbia (anche detta ghiotta, una sorta di caponata tipica) che fra patate melenzane e peperoni li insaporiva di parecchio. Ma io sempre e solo la bòbbia ho mangiato, non ci ho mai provato a sucarmi quel guscio con le franche a penzoloni. E mai ci proverò. Oh, mi fanno impressione, che ci posso fare ...
Era bello mio papà ... Sempre !!
 

Ora nel petto ci sono fiori di cardo e lana di vetro, ma con un po' di coraggio s'ingoiano e ci si guarda in uno specchio di consapevolezza, con la capacità di scorgere qualcosa di puro nascosto dove neppure immaginavamo potesse essere rimasto e miracolosamente illeso , indenne da ogni dolore .
Forse è questa la bellezza.
Forse è questo a rendere degna la vita.
Forse è questo a farci muovere ancora le gambe, a farci raddrizzare le spalle.
Forse è questo che possiamo lasciare in eredità.
Forse, dopotutto, è questo il senso dell'esistere.




Duccio DI STEFANO
Duccio Di Stefano nasce a Siracusa, il 04/04/1969. Sposato con Ivana e padre di Bianca e Susanna, vive a Siracusa dove insieme alla moglie produce e commercializza manufatti di maioliche artistiche decorate a mano. Da sempre appassionato degli scrittori"carnali", di origine Mediterranea e latina in generale, scrive soprattutto poesia e prosa legata alle sue origini e alle tipicità del suo territorio. Inizia scrivendo per testate giornalistiche e gruppi editoriali locali, pubblica poi poesie e racconti su alcune antologie edite dalla collana Riflessi prima e dal Concorso Letterario Internazionale Inchiostro e Anima poi. Grande tifoso della squadra di calcio della sua città, il Siracusa, presta la sua collaborazione al quindicinale siracusano LA CIVETTA di Minerva, nella quale cura la redazione sportiva ma sovente vi scrive pure di temi sociali, di integrazione e delle problematiche del suo quartiere, la Borgata. Nell'aprile del 2018 pubblica il suo primo romanzo, Angelo di Pietra, edito dalla Carthago Edizioni, che è stato presente al Salone del libro di Torino dello stesso anno e successivamente gli fa attribuire svariati premi, portandolo su e giù per l'Italia per le relative presentazioni e mostre letterarie.




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